Bruno Di Pietro “ Tra mito e realtà ”
28.12.09 05:40
By
Redcan
PESCARA - Riuscire a conoscere l’artista Bruno Di Pietro nella totalità della sua ispirazione, poliedrica ed itinerante, è un non perdersi per strada nell’intreccio dei tanti momenti di ricerca, rintracciabili nella loro evoluzione già dalle sue prime mostre degli anni ‘60. Evito la ricerca dei collegamenti e di una coerenza in tanto percorso d’arte al solo fine che il prima ed il poi vengano ripristinati da un filo conduttore in un usuale ordine borghese dei valori artistici. Bruno Di Pietro è un artista che pare prevaricare, in nome della ricerca, ogni regola didattica ed accademica per obbedire solo al vincolo di un proprio vivacissimo “animi motus”, ansia creativa di una assoluta e personale sperimentazione a tutto campo. E la sperimentazione coinvolge le tecniche: affresco, collage, tempera, acquerello, olio, incisione, assemblaggio materico, e poi ancora la varia materia della sua scultura: bronzo, acciaio, pietra della Maiella, marmo bianco di Carrara, ottone e bronzo. Ognuna delle sue tecniche è precipua ad una diversa matrice tematica di ispirazione e le sue sono state tante, itineranti e fortemente europeizzate, inizialmente legate, nelle prime opere figurative di tendenza impressionista, alle suggestioni paesaggistiche del territorio d’Abruzzo e poi sempre più coinvolte dagli stimoli di un contesto nazionale e soprattutto europeo.
L’artista nativo di Ripacorbaria (Pe), già nel ‘70, giovanissimo, si trasferisce a Milano aprendo il suo primo atelier e frequentando contemporaneamente l’Accademia di Brera, si reca poi a Parigi(1972), dove conosce da vicino l’arte di Picasso, ancora in vita e omaggiato dalla città con una serie di mostre, e dove frequenta il corso “Gravure” alla Maison Americaine, avvicinandosi anche alla grafica ed ai movimenti artistici dell’arte contemporanea americana e poi a Zurigo (1979), Bruxelles(1980), Munchen (1981), Lugano (1988), con andata e ritorno continui anche in tappe importanti di tante città italiane come Roma, Venezia (con esposizione alla Biennale), S. Moritz, Portofino (dove strige amicizia col maestro Pietro Cascella), e poi Brescia, Bologna, Taormina, Monza, Palermo, Bari, Napoli.
Conoscenze con notissimi critici, confronti con grandi artisti, premi e riconoscimenti, approfondimenti storici, tanto studio e cultura per i musei più importanti d’Europa, tanti stimoli e tante “caparbie” ricerche. Soprattutto quella sull’epopea omerica dell’Iliade che dalle prime tele dell’85 si rivela la più profonda ed identificativa della sua arte, come pure la sua scultura che inizia a realizzare nel ‘96, e tanta valevolissima grafica a stesso tema. Bruno Di Pietro viene così considerato protagonista di una pittura neofigurativa colta e classicheggiante, solitario cantore del mito e della leggenda omerica.
“Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei...”, questi versi di Omero ci tornano in mente all’improvviso alla vista di ogni sua opera che ripropone con completezza ed armonia estetica e surreale, anche arricchita da borchie metalliche di armature, i temi più noti dell’Iliade, eroi mitologici, campi di battaglie, armi e maestosi cavalli. Miti e leggende che s’affannano a riaffiorano alla mente da lontano come storie di un immaginario giovanile vissute sui banchi di scuola ed ora divenute metafore “della consapevolezza”, quella della realtà attuale, così diversa, globalizzata e lontana dal mito e dalla leggenda, vittima di ben altri miti e valori, e ci si porta dietro un pungente senso di rimpianto. “Menelao difende il corpo di Patroclo” (1993),”Diomede ferito da Pandaro” (1992),”Battaglia sul fiume Xantos” (1991). Su queste tematiche cruente impera sempre la possente fierezza del cavallo che nelle sue bardature di guerra pare assumere il valore di simbolo reattivo di vita e di difesa, di forza e di movimento: il coraggio di andare avanti in una vita da vincente.
Spesso il cavallo è anche il tema delle sue sculture e dei suoi bassorilievi che si realizzano in opere complesse ed articolate, sempre consone ad una originalità estetica e tematica di grande identità. Sia nella pittura che nella scultura è ben individuabile infatti, oltre al valore didattico e didascalico, una interpretazione pedagogica dell’opera che quasi supera l’assunto artistico al fine di una rinnovata conoscenza mitologica da vivere come messaggio, valore di riappropriazione da parte della attuale cultura figurativa contemporanea.
Rimane da considerare che dal 2000 la permanenza nella regione dell’artista Bruno Di Pietro è divenuta sempre più frequente con mostre ed esposizioni tra L’Aquila, Pescara e Chieti ed il territorio d’Abruzzo si va sempre più riappropriando del proprio artista “errante”, approfondendo in maniera più diretta la conoscenza della sua arte, già tanto acclamata all’estero, e della sua solare personalità. Una amichevole disponibilità comunicativa costituisce infatti in maniera evidente il lato più nobile della sua poliedrica personalità d’artista.
Ne è prova anche la considerazione che sta suscitando la sua ultima ricerca surreale-concettuale del 2006, che postula questa nuova e diversa valenza d’arte, pur ripresa da una esigenza presente da tempo come mera figurazione. La spinta verso questo nuovo percorso ed il coraggio del cambiamento stanno infatti già aprendo le porte ad una grande valutazione di tale diverso filone creativo di matrice prettamente contemporanea. Di tendenza informale-surreale-materica, queste sue nuove grandi tele sono tutte dedicate, in sintesi segnica di rimando concettuale, ad una profonda ricerca sulla natura e sulle problematiche esistenziali. Ogni opera monotematica, espressa nella totale verticalità di assunti arborei (betulle?), si compone di una figurazione di sintesi appena accennata e di uno stupefacente chiarismo monotonale di raffinata levità e delicatezza materica. Ogni composizione pare a tratti suggerire in forma astraente l’intrigo serrato di una natura silente che si pone come “confine” o barriera. Di spazi estremi o praticandi? Certo che l’irrealtà concettuale detta gli abbinamenti tra la descrizione e l’altrove e prende le distanze dal calore di una tecnica materica introspettiva e replicante. Si assimilano le inquietanti suggestioni, perchè superare il confine è fredda determinazione di penetrare in una non-conoscenza. Limite estremo della natura.
Anna Cirillo