Pietro Grasso presenta "Per non morire di mafia" al Teatro Sant'Andrea

Pescara - La legalità al centro di un incontro-dibattito con il Procuratore nazionale antimafia tenutosi al Teatro Sant'Andrea a partire dalle 17.45

05.11.09 23:59
By Redazione

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Pietro Grasso presenta

PESCARA – Un pubblico attento e riflessivo questa sera al Teatro Sant’Andrea. A tenere alta l’attenzione le parole del Procuratore Nazionale Antimafia  Pietro Grasso. Nel 1984 Pietro Grasso ricopre l'incarico di giudice a latere nel primo maxiprocesso a cosa nostra, dal 10 febbraio 1986 al 10 dicembre 1987, con  475 imputati. A fianco del presidente Alfonso Giordano è stato l'estensore della sentenza di oltre 8 mila pagine che irrogò 19 ergastoli e oltre 2.500 anni di reclusione. Un esperienza unica perché è stato il vero primo grande colpo dello Stato contro la mafia e che oggi il Procuratore racconta in un suo libro “Per non morire di mafia”. L’incontro-dibattito è stato voluto da Carmine Ciofani, presidente dell’associazione NumeroZero, con la partecipazione di Pierluigi Visci, direttore de Il  Resto del Carlino e Giuseppe Caporale giornalista de La Repubblica. Carmine Ciofani ha aperto l’incontro con un omaggio alla poetessa Alda Merini “Un applauso – ha detto Ciofani - perché è una donna straordinaria”

“Ricordo quando i processi di mafia non c’erano –ha dichiarato il Procuratore Grasso- quando non c’erano i collaboratori di giustizia. La mafia ti coinvolge con atti che ti favoriscono. Basti pensare al meccanismo delle estorsioni che sono connotate come un servizio, ti mette in pericolo e poi ti protegge. Tutto questo è insopportabile per i cittadini. L’organizzazione avendo una gerarchia vertiginosa riesce a controllare tutta la criminalità”. Il Procuratore Grasso poi è entrato nel merito esponendo ricordi, sensazioni, certezze ed incertezze. Ha raccontato: “Questo maxiprocesso è stato fondamentale nella mia vita di uomo e di magistrato, perché in molti dicevano che non c’è l’avremmo fatta. Sono stato tre anni fuori dal mondo: 400mila pagine degli atti processuali. Si faceva udienza mattina e pomeriggio per cinque giorni alla settimana. E poi dovevo rivedere le carte. Dodici ore la giorno di lavoro. Ero sepolto vivo in quel bunker. Ma il momento peggiore del processo è stato quando ci ritirammo per 35 giorni per la sentenza con 100 assolti. E poi la sentenza si doveva scrivere . Più tempo mi prendevo e più tempo si perdeva per i termini processuali che avrebbero permesso a mafiosi pericolosi di tornare in libertà. Quindi la mia vita fu dedicata per 12 ore al giorno a scrivere ed a consultare gli atti. Ho avuto attimi di abbandono, ma il mio dovere era quello di continuare, e fare comunque al meglio. E’ un messaggio che rivolgo ai giovani per cercare di formare una nuova classe dirigente capace di avere questi valori, senza scorciatoie”.  

Data - 05.11.09 23:59